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Transizione

Rinnovabili: la mappa di un mondo che cambia

Dall’idroelettrico della Norvegia all’eolico della Danimarca, dal geotermico dell’Islanda al solare che cresce nelle grandi economie: sono ormai 64 i Paesi e i territori del mondo che producono almeno metà della propria elettricità attraverso vento, acqua, e sole e calore naturale terrestre.

In Albania l’acqua fa quasi tutto il lavoro. In Islanda all’idroelettrico si aggiunge la forza che arriva dal sottosuolo. In Costa Rica risorse idriche, vento e geotermia convivono nello stesso sistema elettrico. In Norvegia, invece, l’immenso patrimonio legato a montagne, laghi e fiordi ha fatto delle rinnovabili la base stessa della produzione nazionale.
La nuova geografia dell’elettricità mondiale non ha un solo colore e, soprattutto, non segue un unico modello. A ricostruirla è Mark Z. Jacobson, direttore dell’Atmosphere/Energy Program della Stanford University, da anni impegnato nello studio delle soluzioni per la transizione verso sistemi energetici alimentati da fonti rinnovabili.
La sua ultima fotografia mondiale prende in considerazione le tecnologie che Jacobson riunisce nell’acronimo WWS, Wind-Water-Solar: eolico, idroelettrico, geotermico e fonti marine, fotovoltaico e solare a concentrazione.
E proprio i numeri mostrano quanto velocemente stia cambiando il sistema elettrico globale. Secondo l’elaborazione, basata prevalentemente sui dati 2025, 64 Paesi e territori producono almeno il 50% della propria elettricità attraverso queste fonti. E 14 di questi superano il 95%. Albania, Bhutan, Nepal, Islanda e Lesotho raggiungono il 100%, mentre Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Paraguay, Costa Rica e Norvegia si collocano poco sotto quella soglia.
È una classifica che racconta soprattutto una trasformazione strutturale: le rinnovabili non rappresentano più soltanto una componente aggiuntiva del mix elettrico, ma in numerosi sistemi sono diventate l’architrave della produzione.

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Il peso dell’acqua. Analizzando i numeri, emerge innanzitutto il peso dell’acqua. L’Albania produce attraverso l’idroelettrico oltre il 94% della propria elettricità; il Bhutan arriva al 100%. In Nepal la quota idroelettrica sfiora il 99%, mentre in Paraguay è superiore al 99%.
Poi c’è l’Islanda, che rappresenta un modello completamente diverso. Qui circa il 71% della generazione arriva dall’idroelettrico e oltre il 29% dal geotermico, che insieme portano la quota WWS al 100%.
Il Costa Rica mostra un mix ancora più articolato: circa tre quarti dell’elettricità sono prodotti dall’acqua, mentre eolico e geotermico valgono entrambi circa il 12%. La Norvegia produce invece circa il 90% della propria elettricità dall’idroelettrico e oltre l’8% dall’eolico, raggiungendo complessivamente una quota WWS prossima al 99%.
Scendendo nella graduatoria cambia anche la composizione. Il Kenya raggiunge l’88% grazie soprattutto a una caratteristica che lo rende quasi unico: il geotermico rappresenta circa il 46% della sua produzione elettrica, affiancato da idroelettrico ed eolico. La Nuova Zelanda supera l’87%, combinando acqua, geotermia e vento.
La conclusione è semplice: non esiste una ricetta universale e ogni sistema sfrutta la propria geografia. Le montagne e i fiumi diventano energia in Norvegia e Paraguay; il sottosuolo vulcanico lo diventa in Islanda e Kenya; il vento modifica il sistema elettrico dei Paesi affacciati sul Mare del Nord.

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La centrale idroelettrica di Vau i Dejës, Albania (foto Elton.xh/Shutterstock)

Eolico e fotovoltaico, fonti diffuse che pongono nuove sfide delle reti. La Danimarca è forse l’esempio più evidente di questa varietà. L’idroelettrico è praticamente assente, ma quasi il 59% della produzione elettrica arriva dall’eolico e oltre il 13% dal solare. Complessivamente, vento e sole portano la quota WWS oltre il 72%.
Il Portogallo supera il 74%, distribuendo la propria produzione tra idroelettrico, eolico e solare. L’Uruguay arriva a circa il 73%, con l’eolico che da solo supera il 40%. La Spagna oltrepassa il 53%, grazie soprattutto a vento e fotovoltaico.
E poi ci sono le grandi economie, dove percentuali inferiori corrispondono però a volumi di energia di gran lunga superiori. Il Brasile, con una produzione elettrica di oltre 750 TWh, raggiunge una quota WWS superiore al 79%, sostenuta dall’idroelettrico ma ormai anche da una forte presenza di vento e sole. La Cina, il più grande sistema elettrico del Pianeta, arriva al 35%, una percentuale che applicata a oltre 10.500 TWh di generazione significa una quantità gigantesca di elettricità prodotta attraverso acqua, vento e sole. È proprio qui che la transizione cambia scala. Non si tratta più soltanto di costruire nuovi impianti, ma di inserirli dentro sistemi elettrici continentali, nei quali produzione e consumo possono trovarsi a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.

La nuova geografia dell’elettricità. Una centrale termoelettrica tradizionale può essere programmata per aumentare o ridurre la produzione in funzione della domanda. Il vento e il sole seguono invece le condizioni meteorologiche e, soprattutto, producono energia dove la risorsa è disponibile: nelle pianure più ventose, lungo le coste, nei mari, nelle aree con maggiore irraggiamento solare.
La crescita delle rinnovabili distribuisce la produzione su territori sempre più ampi e rende necessario trasferire grandi quantità di elettricità dai luoghi nei quali viene generata a quelli nei quali viene consumata. Allo stesso tempo aumenta la necessità di collegare sistemi diversi, così che un surplus prodotto in una regione possa contribuire a compensare una carenza registrata altrove. Per questo la rete diventa progressivamente l’infrastruttura che rende possibile la transizione.
Lo stesso Jacobson, negli studi sui sistemi alimentati al 100% da fonti WWS, indica tra gli elementi necessari per gestire quote molto elevate di rinnovabili l’espansione delle reti di trasmissione e distribuzione, insieme allo sviluppo degli accumuli, alla gestione della domanda e alla complementarità tra differenti fonti energetiche.
La sfida non è più soltanto produrre elettricità pulita, ma fare in modo che quell’elettricità possa essere utilizzata nel luogo e nel momento in cui serve.

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Vista dall’alto di una struttura BESS (Battery Energy Storage System) per lo stoccaggio dell’energia elettrica e l’integrazione delle energie rinnovabili (foto harhar38/Shutterstock)

L’Italia e la corsa delle rinnovabili. Anche l’Italia si trova nel pieno di questa trasformazione. Nella fotografia internazionale elaborata da Jacobson, le fonti WWS rappresentano circa il 43% della generazione elettrica nazionale. Il dato comprende circa il 16% di idroelettrico, il 17% di solare, l’8% di eolico e poco più del 2% di geotermico.
I dati di Terna raccontano allo stesso tempo la velocità con cui il sistema continua a evolvere. Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto circa il 41% della domanda elettrica italiana. Il fotovoltaico ha superato per la prima volta 44 TWh di produzione annuale, con una crescita del 25% rispetto all’anno precedente.
Ci sono poi momenti nei quali il futuro diventa presente. Nel maggio 2025 le rinnovabili hanno coperto il 55,9% della domanda elettrica italiana, il valore mensile più alto mai registrato fino a quel momento, e durante alcune ore la produzione rinnovabile ha superato il 100% della domanda.
Sono numeri che cambiano radicalmente il funzionamento del sistema, perché piùaumenta la capacità installata e la produzione da fonti rinnovabili, più cresce la necessità di trasportare energia tra aree diverse del Paese, superare le congestioni, gestire i picchi di generazione e garantire in ogni momento l’equilibrio tra domanda e offerta. La transizione energetica italiana passa quindi inevitabilmente dalla rete di trasmissione nazionale.
Secondo gli scenari alla base della pianificazione di Terna, rispetto al 2023 è previsto un incremento della capacità rinnovabile superiore a 65 GW entro il 2030, al quale potranno aggiungersi ulteriori 20 GW entro il 2034. Nell’orizzonte decennale, Terna stima inoltre in circa 43 GW la quota di nuova capacità rinnovabile da integrare direttamente sulla rete ad alta tensione.
È la misura della sfida infrastrutturale. Per affrontarla, il Piano di Sviluppo 2025 della rete elettrica nazionale prevede oltre 23 miliardi di euro di investimenti in dieci anni, destinati anche ad aumentare la capacità di trasporto e a favorire l’integrazione delle fonti rinnovabili.
Grandi collegamenti in corrente continua come il Tyrrhenian Link e l’Adriatic Link, insieme al rafforzamento delle dorsali elettriche, alle interconnessioni con l’estero, ai sistemi di accumulo e alla digitalizzazione della rete, concorrono a costruire un sistema capace di trasferire quantità crescenti di energia tra territori diversi e di gestire una produzione sempre più distribuita e variabile.