Tra le foreste tropicali e la cosiddetta cordigliera vulcanica centrale che attraversa il Paese, il Costa Rica ha costruito uno dei modelli energetici più avanzati al mondo. È qui, in una nazione di poco più di cinque milioni di abitanti estesa quanto le due isole maggiori italiane messe insieme, che è infatti maturata una delle svolte più radicali nella storia della sostenibilità. Secondo i dati ufficiali del CENCE, il Centro Nacional de Control de Energía, oltre il 98% del consumo elettrico nazionale è oggi coperto da fonti rinnovabili, un risultato raggiunto grazie a un approccio lungimirante, capace di trasformare la ricchezza naturale del territorio in un sistema elettrico moderno, stabile e sicuro.
L’Instituto Costarricense de Electricidad (ICE), che guida lo sviluppo delle infrastrutture, ha definito questo percorso «un impegno nazionale verso l’autonomia energetica e la protezione del patrimonio naturale». Una definizione che racchiude la filosofia che ha guidato il Paese negli ultimi decenni, fatta di investimenti, pianificazione e una profonda coscienza ambientale diffusa nella società.
Le radici della trasformazione. La rivoluzione energetica costaricana non è il frutto di un’unica scelta, ma di una strategia articolata, costruita nel tempo. Già dagli anni Ottanta, mentre gran parte della regione centroamericana restava legata alle importazioni di combustibili fossili, San José decise di puntare sull’idroelettrico come pilastro della propria indipendenza energetica. Le dighe e i bacini di accumulo costruiti in quegli anni hanno garantito al Paese una base solida, capace di sostenere la crescita della domanda e di assicurare un approvvigionamento continuo.
Nel corso del tempo, questa colonna vertebrale idroelettrica è stata affiancata da altre tecnologie. L’energia geotermica, favorita dalla presenza di vulcani attivi, ha offerto una potenza costante e programmabile anche nei periodi di siccità. L’eolico, sviluppato nelle regioni collinari e costiere, ha contribuito a rendere più flessibile il sistema. E il solare, cresciuto sia nelle installazioni industriali sia nella generazione distribuita, ha completato il quadro. È questa diversificazione a permettere al Costa Rica di raggiungere valori così alti di energia rinnovabile, arrivando in alcuni periodi a operare per oltre trecento giorni consecutivi senza ricorrere alle fonti fossili.
L’infrastruttura invisibile che tiene insieme il sistema. La storia energetica del Costa Rica dimostra però un principio fondamentale: la transizione non si fonda solo sulla produzione, ma soprattutto sulla capacità delle reti di gestire in sicurezza un sistema elettrico complesso e in continua evoluzione. La vera forza del modello costaricano risiede nella rete di trasmissione e nel lavoro del CENCE, l’organismo pubblico responsabile della gestione, della pianificazione e dell’operatività del sistema elettrico nazionale che ogni giorno coordina una rete in gran parte alimentata da fonti rinnovabili diverse per natura, variabilità e distribuzione geografica.
Per riuscirci, il Paese ha investito nella digitalizzazione degli impianti, in sistemi avanzati di previsione e gestione meteorologica (sensori e software per l’analisi dei dati) e in una rete di trasmissione capace di trasportare l’energia prodotta in zone remote verso i centri urbani. Il monitoraggio costante, l’analisi predittiva della domanda e l’equilibrio tra risorse programmabili e non programmabili hanno permesso di raggiungere standard di continuità del servizio tra i più elevati del continente americano. Un’infrastruttura “silenziosa”, quasi invisibile agli occhi dei cittadini, ma decisiva nel rendere possibile la trasformazione sostenibile del Paese.