Esiste un legame tra i cambiamenti climatici e il settore energetico? Quali sono le sfide e le opportunità legate alla transizione verso le fonti rinnovabili? Esiste una consapevolezza da parte dell’opinione pubblica?
Ne abbiamo parlato con il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana e autore di “Breve storia del clima in Italia” (Einaudi), che ha fornito un’analisi sull’impatto dei cambiamenti climatici in Italia e sulle loro conseguenze, con particolare attenzione alle ripercussioni sul settore energetico. Dalle proiezioni sui fenomeni meteorologici estremi all’analisi del difficile percorso verso la transizione energetica, Mercalli ha illustrato il suo punto di vista sottolineando l’importanza della consapevolezza e della divulgazione scientifica.
Italia e Mediterraneo, perché è un “hotspot climatico”. Parla Luca Mercalli
Intervista al climatologo sugli impatti del riscaldamento globale e sulla transizione energetica. E ancora, i fenomeni meteorologici estremi, l’analisi delle conseguenze e l’impatto sulla resilienza delle reti elettriche.
Assistiamo a un’intensificazione e a una maggiore frequenza degli eventi meteorologici estremi. Dal suo punto di vista, quali sono le proiezioni più immediate per l’Italia? E quali sono gli impatti anche sul settore energetico?
«Il riscaldamento globale è un fenomeno fisico documentato da oltre un secolo. Tutti gli eventi estremi che già conosciamo diventeranno più frequenti e più intensi in futuro, mi riferisco ad alluvioni, vento forte, siccità, ondate di calore e incendi boschivi. Un altro fenomeno, che avrà poca rilevanza per la rete elettrica ma è di grande importanza, è l’aumento del livello del mare. Negli ultimi millenni il livello è rimasto costante, ma ora tornerà a crescere come accadde alla fine dell’ultima glaciazione, oltre 10.000 anni fa, minacciando tutte le zone costiere.
Gli eventi estremi diventano più frequenti e intensi a causa del riscaldamento globale poiché da un lato c’è più energia nell’atmosfera e questa deve essere dissipata, scaricandosi attraverso fenomeni più potenti, dall’altro lato gli oceani si stanno riscaldando e ciò porta a una maggiore evaporazione, che a sua volta si traduce in precipitazioni più violente.
Il Mediterraneo è un’area particolarmente esposta perché è un bacino di piccole dimensioni, quasi un grosso lago, e per questo si riscalda molto più rapidamente rispetto agli oceani. Inoltre, la vicinanza del deserto del Sahara porta aria calda che si espande facilmente verso nord, fino a oltre le Alpi. Questi due fattori, un Sahara bollente e un mare piccolo, fanno sì che il Mediterraneo e l’intera regione si riscaldino molto più rapidamente del resto del pianeta. L’aumento medio della temperatura globale nell’ultimo secolo e mezzo è stato di 1,4 °C, mentre in Italia di 2,4 °C. Non a caso, in tutti gli studi climatici internazionali, il bacino del Mediterraneo viene definito un “hotspot climatico”, ovvero un punto caldo del cambiamento climatico. Ciò è dovuto alla combinazione di questi fattori con l’elevata concentrazione di popolazione e la presenza di città storiche, che rendono la regione particolarmente vulnerabile anche per il suo patrimonio artistico».
E questo secondo lei sul settore energetico che impatti avrà?
«Gli impatti sul settore energetico sono molteplici e riguardano sia la produzione che il trasporto dell’energia. Nel 2022, per esempio, una siccità senza precedenti nel Nord Italia e sulle Alpi ha messo in crisi il sistema idroelettrico e agricolo, prosciugando gli invasi. Se le siccità future saranno più lunghe, questo metterà a rischio la produzione idroelettrica e il raffreddamento delle centrali termoelettriche che si trovano sui fiumi. Le alluvioni, ovvero l’opposto della siccità, influiscono anch’esse, danneggiando le infrastrutture idroelettriche. Pensiamo ai problemi causati dall’alluvione del 29 giugno 2024 in Valle d’Aosta, dove un bacino come quello di Place-Moulin ha avuto problemi di interramento a causa del collasso delle morene dei ghiacciai. Oggi piove dove un tempo nevicava e questa pioggia porta detriti negli invasi.
Le alluvioni possono danneggiare le cabine di trasformazione e la stabilità dei tralicci. Il caso della Romagna, con le alluvioni del 2023-2024, ha causato quasi 10 miliardi di euro di danni, comprese le infrastrutture energetiche. Un altro problema sono i temporali, che prima erano prevalentemente un fenomeno estivo ma ora si verificano anche in primavera e in autunno. L’aumento della loro intensità porta a un maggior numero di fulminazioni, aumentando il rischio per le infrastrutture elettriche.
La pioggia congelante è un fenomeno che sta diventando più frequente. È una pioggia che cade su superfici con temperature sotto gli zero gradi, formando uno strato di ghiaccio che può accumulare tonnellate di peso sui cavi e sui tralicci. Inoltre, l’aumento della velocità del vento, con tempeste come Vaia nel 2018, può danneggiare i tralicci. Sebbene le infrastrutture siano progettate per resistere a venti molto forti, potremmo assistere a nuovi eventi in zone che non erano ritenute a rischio».
Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) e gli obiettivi europei di decarbonizzazione sono ambiziosi. Qual è il ruolo dell’Italia nel raggiungimento di questi obiettivi?
«L’Italia ha fatto un ottimo lavoro nel settore della produzione energetica, dove ha cominciato a decarbonizzare e a diffondere le energie rinnovabili. D’altro canto, in settori come i trasporti e l’edilizia, le emissioni continuano a crescere e siamo in grande ritardo. Il settore energetico ha mostrato buoni risultati e deve continuare a lavorare sulla decarbonizzazione e sulla diffusione delle fonti rinnovabili come sta già facendo».
Il modello di sviluppo energetico italiano si sta spostando verso le fonti rinnovabili, che dipendono strettamente dalle condizioni meteorologiche (sole, vento). In che modo questa transizione può essere gestita per minimizzare i rischi di interruzione e garantire la continuità del servizio?
«Oltre agli sviluppi tecnologici come gli accumuli
e alla buona integrazione dell’idroelettrico, che aumentano la resilienza della rete, la meteorologia viene in nostro aiuto. Oggi, le previsioni meteo sono molto affidabili e sono già utilizzate per prevedere i carichi della rete elettrica.
Una giornata molto fredda in inverno o molto calda in estate fa aumentare la richiesta di energia per il riscaldamento o per i condizionatori. La previsione di questi eventi, anche con quattro o cinque giorni di anticipo, aiuta gli operatori della rete a programmare i carichi. Allo stesso tempo, le previsioni servono anche per stimare la quantità di energia solare ed eolica disponibile. Il livello di affidabilità delle previsioni sulle 24 ore è molto elevato e il mondo meteorologico può già fornire un prodotto di altissima qualità agli operatori del settore elettrico».
Lei ha spesso sottolineato l’importanza della divulgazione scientifica. Ritiene che gli italiani siano sufficientemente consapevoli del futuro che li aspetta dal punto di vista climatico e delle conseguenze collegate?
«La consapevolezza è ancora poca e molto confusa e i media spesso diffondono persino “fake news” climatiche, confondendo la popolazione. Manca una vera e propria alfabetizzazione di base su nuove tecnologie, come pannelli fotovoltaici e pompe di calore, che le persone possono installare nelle proprie case. Molti progressi tecnologici vengono ostacolati da luoghi comuni e chiacchiere basate sulla disinformazione. Spesso mi confronto con persone che esprimono pareri su dispositivi che non hanno mai usato. Se potessi, dedicherei un programma televisivo o un’iniziativa di divulgazione a spiegare come funzionano questi strumenti e a sfatare i falsi miti che li circondano».
La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale sono strumenti sempre più utilizzati per monitorare e prevedere le dinamiche climatiche e i loro effetti. Cosa ne pensa?
«Penso che siano solo strumenti. Non bisogna dare loro un’importanza superiore a quella che hanno. L’intelligenza artificiale può sicuramente aiutare a elaborare enormi quantità di dati, ma ciò che conta è l’intelligenza umana. Affidare il futuro e la progettualità scientifica solo all’AI sarebbe un errore, serve sempre il buonsenso. Se un nuovo studente si abituasse a usare l’AI per trovare risposte immediate, l’innovazione si inaridirebbe. Dobbiamo mantenere la capacità critica e la fantasia innovativa nella mente umana. L’intelligenza artificiale deve essere uno strumento pratico che ci aiuta a trovare informazioni in breve tempo, ma non dobbiamo chiederle la soluzione di un problema. Nel mio campo, questi strumenti sono utili per aggregare rapidamente una quantità di dati che altrimenti richiederebbe molto più tempo, ma la loro interpretazione e l’innovazione restano di competenza dell’uomo».