Siamo a un
nuovo momento cruciale nell’evoluzione tecnologica. Dopo essere passati dall’Intelligenza
Artificiale basata sul machine learning a quella generativa – un
cambiamento che ha già trasformato il nostro mondo – stiamo ora andando verso l’AI
agentica, ovvero quella che agisce in autonomia.
Questa
evoluzione è destinata ad avere un impatto notevole sul mondo del
lavoro, sulla gestione delle risorse e sulle politiche. A livello di
comunicazione, è fondamentale essere aggiornati e saper raccontare questi
cambiamenti.
Barbara
Carfagna – giornalista che
nel tempo si è specializzata nel campo del digitale – ha analizzato per
Lightbox il ruolo della comunicazione in questa epoca di grandi e soprattutto
velocissimi mutamenti in ambito scientifico e tecnologico.
La nuova sfida della comunicazione e la velocità degli algoritmi. Parla Barbara Carfagna
Il mondo in rapida evoluzione impone una nuova urgenza per i comunicatori e per le aziende che hanno l’obiettivo primario di aiutare i fruitori a comprendere i meccanismi tecnologici per riaffermare la propria autonomia decisionale.
Qual è la sfida più significativa per il giornalismo scientifico, specialmente quando deve affrontare argomenti di grande impatto sociale e scientifico-tecnologico, come l’Intelligenza Artificiale?
«È una sfida che si rinnova ogni giorno, perché l’Intelligenza Artificiale sta evolvendo ad una velocità incredibile. È proprio questa rapidità a essere il cardine e, al tempo stesso, il problema della divulgazione, poiché cambia il modo in cui si legge e si apprende.
Andiamo tutti sempre più veloci e difficilmente ci si può fermare a spiegare o a leggere a lungo. La sfida, dunque, fino a poco tempo fa era agire come contraltare degli algoritmi che sfruttano questa scarsità di tempo per orientare i comportamenti e far accettare rapidamente le loro proposte. Quindi il nostro compito era interessare le persone affinché si fermassero e comprendessero quanto sia importante, in un momento in cui si cerca di orientare le scelte individuali, capire cosa sta accadendo, come sta accadendo e preservare la possibilità di decidere in autonomia il proprio destino. Oggi siamo in una fase ulteriore che coinvolgerà la comunicazione e il giornalismo. Già Google ha lanciato l’UCP, Universal Commerce Protocol. Un nuovo standard per l’e-commerce guidato dall’AI. Le macchine stanno cominciando a vendere alle altre macchine. La Comunicazione cambia: deve essere meno emotiva e più autentica e precisa perché deve essere intercettata e raccolta dalle macchine e non dagli umani. Come questo cambierà anche il giornalismo lo vedremo tra pochi mesi. Per ora bisogna informare su questo e sulle possibili implicazioni».
Nei dibattiti sulla duplice transizione energetica e digitale spesso prevale un linguaggio tecnico. Come si può, sul web e in TV, rendere questi concetti accessibili al grande pubblico, senza sacrificare la precisione scientifica?
«Sui mass media, è importante non concentrarsi tanto sulla spiegazione puramente tecnologica quanto sull’impatto sociale. Una strategia finora è stata quella di utilizzare un linguaggio più legato alla filosofia in modo da attrarre l’interesse che verrà poi indirizzato sulla parte tecnologica. Io stessa ho cominciato così: quindici anni fa, quando tutti parlavano di internet sotto il profilo economico o come rivoluzione industriale, io ne parlai come rivoluzione filosofica. Spostare l’attenzione ha generato ascolti e interesse costante, per questo è necessario puntare sull’impatto sociale e sulla sfera cognitiva dell’individuo, che è interessato a capire come il suo pensiero, la sua capacità di apprendimento o di scelta verranno influenzati. Ora però a questa velocità e con questa nuova capacità agentica la parte del regolatorio, cioè quella preparata dalla filosofia, sta perdendo terreno; c’è bisogno di convincere le persone che devono capire le tecnologie se vogliono mantenere la loro autonomia».
«Per fare buona informazione ormai bisogna essere in due: anche chi riceve il messaggio si deve preparare, studiare: ciascuno deve essere pronto a recepire l’informazione che si rinnova ogni giorno; comprendere che se non si prepara finirà tra i “calcolati” invece che tra i “calcolanti”. Il rischio è avere informazioni meno utili».
Guardando al futuro della comunicazione su temi come la sostenibilità e la tecnologia, e considerando i casi di “greenwashing” o del “techwashing”, quali sono le competenze critiche e l’approccio etico che un comunicatore o un giornalista dovranno padroneggiare per trattare efficacemente questi temi?
«A volte bisogna essere abbastanza crudi, soprattutto quando è necessario cambiare narrazione. Io, per esempio, ho iniziato mettendo in video filosofi e teologi che hanno avuto visibilità mediatica in trasmissioni come “Speciale TG1” e “Codice: la vita digitale”.
Oggi il ruolo dell’etica è sempre importante, ma va affrontato in modo differente. È fondamentale concentrarsi sul fatto che neanche chi crea questi sistemi sa esattamente cosa succede tra l’input e l’output; si tratta di black box. Parlare di etica come si faceva in precedenza – ad esempio per l’AI generativa – è inutile; è necessario cambiare approccio e interrompere la narrazione preesistente.
Mentre decenni fa era utile affrontare questi temi da un determinato punto di vista per favorire anche la nascita di un quadro normativo adeguato come l’AI Act, ora bisogna riconoscere che questo regolamento già “scricchiola”. Non si può più parlare di etica in termini generici, dobbiamo parlare più di tecnica e di pratica, per far capire come sono fatti i sistemi e come evolveranno. Le narrative cambiano velocemente: dobbiamo evitare che temi come l’etica o la privacy diventino l’equivalente del greenwashing ed essere sempre aggiornati sulle tempistiche e sugli sviluppi reali. Adesso, per esempio, è il momento di parlare d’altro».
Quali sono, secondo lei, gli aspetti fondamentali, a livello di comunicazione verso le comunità locali, di cui devono tener conto aziende che si occupano di infrastrutture critiche e strategiche per il Paese con progetti che coinvolgono tutto il territorio nazionale?
«Partendo da grandi temi, si deve favorire una riflessione sul fatto che oggi la geopolitica e il potere dei Paesi non sono più determinati dalla grandezza dei territori fisici o dalla mole di armi pesanti, ma sono definiti dalle capacità tecnologiche e dalle capacità energetiche, che sono sempre più connesse.
Bisogna far comprendere che si è centrali solo se si possiedono capacità tecnologiche ed energetiche sovrane, anche se si è un Paese piccolo. Stati tecnologicamente o energeticamente avanzati diventano più centrali rispetto a Paesi vasti ma meno capaci su questi fronti. Questo approccio favorisce una diversa accettazione e valutazione delle infrastrutture.
In questo contesto, un’azienda deve cambiare questo vecchio paradigma. Deve dedicarsi non solo alla comunicazione di ciò che produce, ma alla contestualizzazione dei poteri che la sua produzione rappresenta, poteri che sono radicalmente diversi da quelli di cinque anni fa».