In un Paese come l’Italia, dal territorio complesso e per sua natura geologica fragile e tra i più variegati d’Europa, garantire la continuità e la sicurezza delle infrastrutture vitali richiede molto più di una semplice resistenza strutturale. Quando si parla di eventi sismici, la capacità di reazione, l'adattamento e la rapidità d'intervento – in una parola, la resilienza – dipendono sempre di più dalla qualità della conoscenza e dalla velocità dei dati.
Tra la ricerca sismologica e la gestione della rete elettrica nazionale esiste un punto d'incontro: la trasformazione del dato scientifico in uno strumento operativo decisionale in tempo reale. Dalle tecnologie di monitoraggio di ultima generazione all'ambizioso progetto dell’early warning sismico italiano, fino alla prospettiva pionieristica di trasformare i cavi e le linee elettriche in una rete diffusa di sensori territoriali e marini, il dialogo tra la scienza e i grandi gestori infrastrutturali sta tracciando nuove rotte per il Paese.
Ne abbiamo parlato con Fabio Florindo, Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - INGV, per capire come la cooperazione tra ricerca e innovazione tecnologica stia ridisegnando la sicurezza delle infrastrutture strategiche del futuro.
Dall’evoluzione del monitoraggio in tempo reale all’early warning, fino all’uso della fibra ottica e dei cavi sottomarini come sensori diffusi: parla Fabio Florindo, Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
In caso di eventi sismici significativi, la tempestività dell’informazione può fare la differenza. Quali passi avanti sono stati fatti negli ultimi anni nei sistemi di monitoraggio e comunicazione dell’INGV e come possono queste tecnologie supportare la sicurezza delle infrastrutture strategiche del Paese in tempo reale?
«Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’evoluzione nella capacità di osservare la Terra in tempo reale. La Rete Sismica Nazionale dell’INGV è oggi una delle infrastrutture scientifiche più importanti del Paese e ci consente di localizzare rapidamente un terremoto, stimarne le caratteristiche e mettere queste informazioni a disposizione del Dipartimento della Protezione Civile, delle istituzioni e dei gestori delle infrastrutture strategiche.
Ma oggi la rapidità, da sola, non basta più. Il vero valore aggiunto è trasformare i dati in informazioni utili per prendere decisioni. Per chi gestisce una rete complessa come quella elettrica, conoscere in tempi rapidi dove si sono verificati gli scuotimenti più intensi significa poter pianificare immediatamente verifiche mirate, riducendo i tempi di risposta e aumentando la sicurezza.
Stiamo inoltre lavorando a un progetto molto ambizioso: il rinnovamento della Rete Sismica Nazionale e lo sviluppo di un sistema italiano di early warning sismico, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale - OGS, l’Università della California a Berkeley e altri partner scientifici. È importante chiarire che non si tratta di prevedere i terremoti, cosa che oggi la scienza non è in grado di fare, ma di sfruttare la velocità con cui viaggiano le informazioni per guadagnare alcuni secondi prima dell’arrivo delle onde più distruttive. Per una persona possono sembrare pochi, ma per un’infrastruttura automatizzata possono fare una differenza significativa.
Credo che questo sia il futuro: mettere la ricerca scientifica sempre più al servizio del Paese, trasformando la conoscenza in uno strumento concreto per aumentare la sicurezza e la resilienza delle nostre infrastrutture».
Guardando la rete elettrica nazionale con gli occhi di un geofisico, quali “segnali” del territorio dovrebbero essere monitorati con maggiore attenzione? E quale dialogo può nascere tra ricerca scientifica e operatori di rete come Terna?
«La geofisica ci insegna una cosa fondamentale: non basta sapere dove può verificarsi un terremoto, bisogna capire come il territorio risponde.
Due località possono essere alla stessa distanza dall’epicentro e subire effetti molto diversi per la natura dei terreni, la presenza di faglie, la morfologia o altri fattori geologici. Per questo è importante osservare il territorio nel suo insieme: la sismicità, le deformazioni del suolo, la stabilità dei versanti, i fenomeni di liquefazione, e nelle aree vulcaniche anche i segnali che precedono le variazioni dell’attività dei vulcani.
Per un gestore come Terna queste informazioni possono diventare uno strumento prezioso, non soltanto nella gestione dell’emergenza, ma anche nella pianificazione e nella manutenzione della rete.
Sono convinto che la collaborazione tra enti di ricerca e grandi gestori di infrastrutture rappresenti uno dei temi strategici dei prossimi anni. Ognuno porta competenze diverse: la ricerca produce conoscenza, il gestore conosce il funzionamento della rete e le sue esigenze operative. Quando queste competenze dialogano, il risultato è un sistema più sicuro e più efficiente».
L’integrazione di sensori direttamente nelle infrastrutture di rete può trasformare i chilometri di linee elettriche, anche quelle sottomarine, in una sorta di “sistema nervoso” diffuso per il monitoraggio dei fenomeni naturali?
«Credo sia una delle prospettive più interessanti che abbiamo oggi davanti.
Le grandi infrastrutture attraversano il territorio e, sempre più spesso, possono diventare anche strumenti di osservazione. Penso, ad esempio, alle fibre ottiche utilizzate come sensori distribuiti o ai futuri cavi sottomarini equipaggiati con sistemi di misura. Tecnologie di questo tipo possono contribuire al monitoraggio dei terremoti, delle deformazioni del fondale marino e, in prospettiva, anche dei maremoti.
Naturalmente non sostituiranno le reti scientifiche dedicate dell’INGV. Piuttosto le completeranno, rendendo l’osservazione del territorio ancora più capillare.
È un esempio concreto di come ricerca e innovazione possano generare benefici reciproci. Un’infrastruttura progettata per trasportare energia può, contemporaneamente, diventare una fonte preziosa di dati scientifici. È una visione che trovo molto stimolante e che credo caratterizzerà sempre di più le infrastrutture del futuro».
Nel dibattito pubblico si parla spesso di “resistenza” delle infrastrutture, ma il concetto di “resilienza” introduce una dimensione più dinamica. Dal punto di vista sismologico, quali caratteristiche rendono una rete elettrica capace non solo di resistere a una scossa, ma di reagire e ripartire rapidamente?
«Resilienza è una parola che utilizziamo spesso, ma il suo significato è molto concreto.
Una rete resiliente non è semplicemente una rete progettata per non rompersi. È una rete capace di adattarsi, di limitare gli effetti di un evento e di tornare rapidamente operativa.
Per raggiungere questo obiettivo servono certamente infrastrutture ben progettate, ma servono anche conoscenza del territorio, monitoraggio continuo, manutenzione, ridondanza della rete e procedure operative già definite prima che l’emergenza si verifichi.
Dal punto di vista dell’INGV, ogni terremoto rappresenta anche un’opportunità di conoscenza. Analizzando come il terreno e le infrastrutture hanno risposto all’evento possiamo migliorare i modelli, affinare gli scenari di pericolosità e fornire strumenti sempre più efficaci a chi è chiamato a progettare e gestire le reti strategiche.
In definitiva, la resilienza non si costruisce soltanto con il cemento e l’acciaio. Si costruisce con la conoscenza. Ed è proprio questo il contributo che la ricerca può offrire: aiutare il Paese a conoscere meglio il proprio territorio per renderlo più sicuro e più preparato ad affrontare le sfide future».